Home » servizi per le aziende » influencer marketing » UGC marketing per aziende
Il materiale migliore che hai lo hanno già girato loro
Ogni giorno qualcuno fotografa il tuo prodotto, registra una storia dentro il tuo locale, mostra ai propri contatti una cosa che ha comprato da te.
Quel materiale esiste già, e nella quasi totalità dei casi resta dov’è.
Non perché sia brutto: perché nessuno lo ha chiesto, e senza un consenso scritto non può finire in una campagna.
Qui sotto trovi come si costruisce il flusso che lo raccoglie, quale liberatoria serve per riutilizzarlo, quali formati rendono in advertising e su quali indicatori si misura il risultato.
Funziona dove esistono già clienti che parlano del prodotto, e dove quel materiale oggi non viene raccolto in modo ordinato.
FARO è il metodo con cui affrontiamo ogni progetto. Applicato a una campagna, seleziona i creator, tiene insieme la scelta dei profili, la qualità di ciò che producono e il diritto di riutilizzarlo.
Stabiliamo dove serviranno i contenuti — schede prodotto, canali social, advertising — e da lì che cosa chiedere ai clienti e in quale formato.
Definiamo anche gli indicatori su cui valuteremo il risultato.
Costruiamo il flusso di raccolta: il momento in cui la richiesta arriva, il canale con cui viene fatta, l’incentivo quando serve, e il testo del consenso che accompagna ogni contenuto ricevuto.
Mettiamo in funzione la raccolta, selezioniamo il materiale utilizzabile e lo prepariamo per le destinazioni previste, con i ritagli e i formati che ogni piattaforma richiede.
Confrontiamo il rendimento dei contenuti dei clienti con quello del materiale prodotto internamente, teniamo ciò che funziona e alimentiamo la raccolta con le richieste che hanno dato più risposte.
I contenuti restano di chi li ha creati. L’azienda può ripubblicarli solo con un consenso scritto che indichi canali, durata e ambito d’uso: un commento entusiasta o un tag non equivalgono a un’autorizzazione.
Per l’uso pubblicitario serve una liberatoria esplicita, perché la ripubblicazione organica e l’advertising a pagamento sono due cose diverse.
Definiamo che cosa chiedere, a chi e in quale momento del rapporto con il cliente: dopo l’acquisto, dopo il soggiorno, dopo l’assistenza.
La richiesta giusta al momento giusto è ciò che determina quante risposte arrivano.
Prepariamo il testo che accompagna ogni contenuto ricevuto, con canali, durata e ambito d’uso indicati, da validare con i tuoi consulenti legali.
Senza questo passaggio il materiale resta inutilizzabile oltre la ricondivisione immediata.
Studiamo che cosa spinge le persone a partecipare: riconoscimento, ripubblicazione sui canali del marchio, concorsi, vantaggi riservati.
L’incentivo cambia la quantità e cambia anche il tono di ciò che arriva.
Scegliamo il materiale utilizzabile, verifichiamo che non contenga elementi problematici e lo prepariamo nei formati richiesti dalle destinazioni previste.
Portiamo i contenuti dove producono di più: creatività per l’advertising, schede prodotto, pagine del sito, materiale per il punto vendita.
Confrontiamo il rendimento dei contenuti dei clienti con quello del materiale interno, a parità di pubblico e di spesa, e riportiamo il risultato in un documento leggibile.
La differenza fra una ricondivisione e un patrimonio di contenuti sta in una firma.
Un video ricevuto senza consenso vive il tempo di una storia; lo stesso video, accompagnato da una liberatoria che indica canali e durata, alimenta campagne, schede prodotto e materiale per il punto vendita per tutto il periodo concordato.
È la parte meno visibile del lavoro, ed è quella che determina quanto vale.
Il video girato da un cliente funziona per una ragione precisa: nei primi secondi non sembra un annuncio.
Questa qualità si perde quando il formato è sbagliato, quindi conviene chiedere fin dall’inizio ciò che servirà davvero.
Il prodotto mostrato mentre viene usato, nel contesto reale in cui vive. È il formato che regge meglio come creatività pubblicitaria, perché risponde alla domanda che la persona si sta facendo.
Il momento dell'apertura, della prima prova, del primo assaggio. Funziona sui lanci e sui prodotti dove conta l'effetto immediato, e si ottiene solo chiedendolo prima che il cliente riceva il pacco.
Due stati a confronto, dove il risultato è visibile. Adatto a servizi e a prodotti che trasformano qualcosa, chiede una raccolta distribuita nel tempo e un consenso che copra entrambi i momenti.
Il cliente che spiega perché ha scelto e come si è trovato. È il formato più vicino a una testimonianza, e il più efficace sulle pagine del sito e nelle schede prodotto.
Confrontando i contenuti dei clienti con quelli prodotti internamente, a parità di pubblico e di spesa.
In advertising si guarda il costo per risultato; sulle schede prodotto, il tasso di conversione delle pagine che li mostrano rispetto a quelle che ne sono prive.
Serve una misurazione parallela, altrimenti resta un’impressione.
Qui il costo del contenuto è basso per definizione, perché lo produce chi già usa il prodotto.
L’impegno si sposta sul lavoro che rende quel materiale raccoglibile, utilizzabile e misurabile.
I primi contenuti arrivano in genere entro poche settimane dall’avvio della raccolta.
Definiamo il perimetro in un incontro, poi mettiamo per iscritto che cosa comprende.
Il metodo resta lo stesso; cambiano il linguaggio, i canali che rendono e le stagionalità.
Le persone fotografano il piatto prima di mangiarlo: qui il materiale arriva da solo, e il lavoro sta nel chiederlo con il consenso e nel selezionare ciò che rappresenta bene la cucina.
Un soggiorno produce contenuti per giorni.
Raccoglierli al momento della partenza, quando il ricordo è fresco, restituisce materiale che alimenta la stagione successiva.
Il capo indossato da persone reali, in contesti reali, mostra vestibilità e proporzioni meglio di uno shooting.
Qui la selezione conta quanto la raccolta.
Le testimonianze dei clienti richiedono attenzione a ciò che si può affermare e alla riservatezza.
Il valore sta nel racconto dell’esperienza di servizio, mai nei risultati promessi.
Il tag rende il contenuto visibile, e non concede alcun diritto di riutilizzo. Per ripubblicarlo serve un consenso scritto; per usarlo in advertising serve una liberatoria che indichi canali, durata e ambito d’uso.
Chi concede, che cosa concede, su quali canali il contenuto può comparire, per quanto tempo, se è previsto l’uso pubblicitario e se il nome della persona verrà mostrato. Il testo va validato dai tuoi consulenti legali.
Chiedendolo nel momento in cui l’esperienza è appena avvenuta, spiegando che cosa serve e che cosa si riceve in cambio. Il riconoscimento pubblico funziona spesso più di un premio materiale.
I primi arrivano da persone che hanno comprato, senza compenso e senza brief. I secondi sono commissionati e prodotti su specifica. Cambiano il grado di controllo, i tempi e il tipo di credibilità che portano.
Un blocco iniziale di alcune decine di contenuti permette di capire quali formati funzionano. La raccolta continua alimenta poi il flusso, e il numero cresce con la qualità della richiesta.
Quando viene usato in advertising o pubblicato dietro compenso sì. La ripubblicazione organica di un contenuto spontaneo segue regole diverse, e il confine va verificato caso per caso.
Non entrano nella raccolta, e restano dove sono. Un contenuto critico è un’informazione utile per l’azienda, tuttavia il flusso di raccolta serve a costruire materiale utilizzabile, non a gestire la reputazione.
Su volumi piccoli si lavora con gli strumenti che l’azienda ha già. Le piattaforme dedicate diventano utili quando i contenuti da raccogliere e archiviare crescono, e la scelta si fa in quel momento.
Un incontro serve a capire quanti contenuti circolano oggi, dove finirebbero se li raccogliessimo e quali diritti servono per portarceli.
Da lì escono il flusso di raccolta, il testo del consenso e gli indicatori su cui misurare.
Factory Communication lavora con aziende e PMI in tutta Italia, con sede a Milano e a Crema.